Paolo Longobardi

Presidente onorario di Unimpresa

 

Gli ultimi due anni ci hanno fornito alcune lezioni fondamentali, che meritano riflessioni ora che il 2021 è appena finito. C’è ancora incertezza, c’è ancora un’aura di timore, ma il futuro va affrontato con fiducia, facendo leva (soprattutto) su quello che abbiamo imparato. Nel pieno alla pandemia globale, il Covid ha messo in evidenza che, di fronte alle tragedie e ai disastri, si deve reagire sempre, da un lato cercando di non fermare mai l’attività d’impresa, perché il motore dell’economia è essenziale per la vita dei cittadini, dall’altro pensando sistematicamente alla solidarietà verso i più deboli. Impresa e solidarietà sono un binomio sul quale, sin dalle sue origini, Unimpresa ha fondato la sua ragion d’essere, consapevole che il profitto vada ricercato ed è certamente un elemento positivo, ma chi lo persegue ha l’obbligo di tutelare chi si trova in situazioni di disagio sociale. Non si tratta, sia chiaro, di un richiamo moralistico (è un esercizio dal quale ben volentieri mi tengo lontano); semmai, mi rifaccio a quel senso etico dell’attività di impresa che deve essere sviluppata e deve avere, tra le sue molteplici declinazioni, anche l’attenzione alla responsabilità sociale. Qui, però, occorre sottolineare che la responsabilità sociale d’impresa non è lo strumento di comunicazione, forse non particolarmente utile, nel quale si è trasformato negli ultimi decenni. La responsabilità sociale è la solidarietà vera, concreta, materiale, solida, duratura: quando l’etica si fa impresa e l’impresa diventa realmente etica.

Penso, in questo senso, ai tanti amici imprenditori che hanno raggiunto brillanti risultati ed eccellenti traguardi con le loro attività, ma, al contempo, non hanno mai smesso di donare a chi aveva bisogno. L’etica d’impresa è questa: la consapevolezza di avere il dovere di restituire alla collettività, con l’obiettivo di contribuire a ridurre le disuguaglianze sociali. Disuguaglianze che la pandemia, purtroppo, sta ampliando sempre di più ed ecco che il contributo della solidarietà avrà un ruolo rilevante, nei prossimi anni, per ridurle.

Prima del marzo 2020, abbiamo più volte analizzato l’area di disagio sociale, stimando che gli italiani a rischio povertà sono quasi 10 milioni e questa amplissima fascia della nostra popolazione è destinata a crescere significativamente nel prossimo futuro. Del resto, gli strumenti varati negli ultimi anni con l’obiettivo dichiarato di «abolire la povertà» si sono trasformati – com’era forse nella malcelata intenzione di chi li ha proposti – in formidabili strumenti di propaganda elettorale: sussidi pubblici che poi diventano moneta di scambio elettorale.

Insomma, non servono leggi, risulterebbe vana qualsiasi imposizione normativa per la redistribuzione: si tratta di accettare e, in prospettiva, di consolidare un cambio netto del paradigma economico: alle tre voci esistenti –ricavi, utili e dividendi – va aggiunto il quarto pilastro: la solidarietà. È un paradigma, a mio avviso, ben introdotto nel mondo delle micro e piccole imprese del nostro Paese, quelle che rappresentano la spina dorsale dell’economia italiane e sono il cuore pulsante di Unimpresa. Il motivo è semplice: nella realtà aziendali di dimensioni contenute, il capo azienda coincide quasi sempre con il proprietario/azionista e questo vuol dire accorciare drasticamente sia il contatto diretto con la vita reale sia la possibilità di mettere in pratica gesti di solidarietà i cui effetti arrivano immediatamente sui territori.

Più è rilevante la dimensione dell’impresa, invece, più si allunga la catena di comando e, consequenzialmente, più è difficile sia individuare i bisogni delle persone sia definire, prima, e dirigere, poi, interventi economici per aggredire il disagio sociale. Senza dimenticare, mi riferisco ai grandi gruppi industriali e finanziari quotati in Borsa, che se gli azionisti sono fondi d’investimento caratterizzati da approccio speculativo, l’obiettivo della solidarietà diventa quasi una missione impossibile. Se, ancora, quei fondi sono stranieri – quasi la metà del listino di Piazza Affari è in mani estere – allora si comprende bene la difficoltà.

Tuttavia, la resa non è ammessa. Ce lo ha insegnato il Covid: tutto è possibile, tutto può essere ribaltato, l’inimmaginabile diventa ordinario. Quella della solidarietà diffusa e strutturale è una sfida da affrontare, a partire dal primo istante del 2022 che comincia oggi. Una sfida da affrontare partendo dal basso, con gli esempi e non con la propaganda, non con la comunicazione di facciata. Partendo proprio dalle micro e piccole imprese che, quanto a lezioni, sono capaci di darle a chiunque.